lunedì 4 novembre 2013

Il blu è un colore caldo



Pasolini scriveva che "Il naturale è sempre senza errore". Affermazione condivisibile o meno, la quale però si adatta al film scandalo "La vita di Adèle", uscito in Italia il 24 Ottobre e tratto da una graphic novel francese scritta e disegnata da Julie Maroh ("Le bleu est une couleur chaude"). Uscito in Francia in due parti (unite poi in un unico film da più di tre ore), "La vita di Adèle" racconta l'iniziazione sentimentale e sessuale di una quindicenne, la Adèle del titolo. Un po' un Giovane Holden femminile, omosessuale (o bisessuale, come si intuisce alla fine del film) e molto spinto.
Difatti potremmo dire che "La vita di Adèle" non si concentra sulla relatività o sull'esistenzialismo umano, ma piuttosto è un lungo film sulla fisica umana. Come i telescopi studiano i confini dell'universo, il film di Kechiche (Couscous, Venere Nera) indaga i misteri del corpo umano. Ma la Palma d'Oro al Festival Internazionale del Cinema di Cannes non può esentare dalle critiche nemmeno un film in stato di grazia come questo. La pellicola segue spasmodicamente la vita e le vicende sentimentali della protagonista, accompagnandola in una formazione sentimentale, che può essere messa a paragone con il libro, letto da Adèle, "La vie de Marianne". 

Più di ogni altra cosa il film racconta gli stati d'animo di un'adolescente: vediamo Adèle innamorata, felice, euforica, imbronciata, arrabbiata, disperata. La morale della sua storia d'amore omosessuale con Emma, studente di Belle Arti dalla capigliatura bluastra, è che la vita non è un bel romanzo. Si cresce. Si soffre. Tutto può finir male. Che sono preferibili le lacrime e il naturale languore di un amore interrotto che la totale rimozione di esso. La seconda parte, proprio per questo, è senz'altro più riuscita della prima, la quale è ricca di ossimori: un amore puro e impuro allo stesso tempo, pudico e impudico, nascosto ma svelato, represso ma vissuto. 
Le pecche che si scorgono non sono di carattere metaforico, strutturale o attoriale (le due protagoniste sono davvero bravissime) quanto registiche: "La vita di Adèle" è un film fatto per lo più di primi piani. Ma i primi piani devono essere belli, armoniosi, poetici quindi perché indugiare su chi mangia a bocca aperta o sul moccio che cola dal naso? O ancora la scena di sesso di quasi quindici minuti non ha niente di elegante nelle inquadrature. E' vecchia nella messa in scena. Non si può essere brutali con una ragazzina di quindici anni. La brutalità in queste cose è meglio lasciarla a Bertolucci o a Leone. Il sesso, in questo caso, più che rappresentazione del reale sembra voler condurci dentro il flusso di coscienza condiviso al momento dalle due. E mentre la telecamera indugia e volteggia sui corpi, il film sembra parlarci molto più dei desideri nascosti del regista che di altro. Ergo tutta la scena risulta scialba. Riagganciandomi all'inizio, alla frase di Pasolini, se ciò che è naturale è senza errore ciò che viene spacciato volgarmente per naturale risulta un errore madornale. Tutto questo però non incide poi molto sul risultato finale. Delicato e appassionante. Tre ore che volano.
                                                                                                                                                    [Khaleesi]